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Dieci
Canti e un Paese
I
dieci brani raccolti in questo disco dalla Scuola del Folklore di Buonopane in
gran parte provengono da una ricerca sul campo che il gruppo ha da qualche anno avviato allo
scopo di recuperare la tradizione musicale di Barano e dell’Isola d’Ischia.
Un obiettivo senz’altro difficile da raggiungere, soprattutto perché da decenni
sono scomparsi gli interpreti, le occasioni e i contesti in cui si manifestavano il canto e la
musica di tradizione orale dell’Isola. Inoltre, la pervasiva acculturazione
turistica ha trasmutato e spesso obliato le più autentiche espressioni della musica folklorica isolana, trasformando
queste ultime in relitti e segni di un passato la cui sopravvivenza testimoniava
semplicemente di un attardamento culturale del quale vergognarsi, di uno iato da
colmare sostituendo quelle antiquate musicalità con espressioni più «urbane»
e compiacenti. E così il passato è stato revisionato nel modo più funzionale
al sistema culturale del presente, reinterpretando e spesso reinventato modalità
consone alle ideologie del turismo e del folklore di maniera. I plettri e le
musiche urbane dell’Otto-Novecento napoletano hanno preso il sopravvento sui
legni e le percussioni che segnavano la musicalità delle campagne ed i
concetti, i concerti ed i repertori musicali hanno prepotentemente sostituito
l’ordito del tessuto musicale tradizionale,
in cui le trame ricreavano piuttosto occasioni, cerimonialità, ritualità
comunicative, padronanza dei linguaggi e delle sonorità legate alla sapienza di
una ordinata creatività dell’improvvisazione, performance da intendersi nel
senso di interpretazione del complesso codice della millenaria tradizione orale.
Già dagli anni Settanta ben poco è giunto a noi di quell’immenso patrimonio
di beni culturali intangibili, come attestano le scarne documentazioni musicali
conservate nell’Archivio del Centro Etnografico Campano. Più ricche sono le
trascrizioni dei testi verbali di alcuni canti che prima il folklorista Gaetano
Amalfi (1882) e poi Gina Algranati (1957), ci hanno tramandato nei loro scritti.
Nei pochi squarci che si sono aperti in questa ampia zona di «silenzio
folklorico», lavorando soprattutto
nell’area sud-orientale dell’Isola, i giovani ricercatori della Scuola del
Folklore di Buonopane sono riusciti a dare voce e corpo a residue forme di canti
tradizionali. Un’operazione solo apparentemente «archeologica» in quanto la
ricerca (che ha preso in considerazione anche le fonti scritte), come sempre accade in chi si
immerge nell’indagine demoetnoantropo-logica, s’è nutrita di incontri fra
persone, spesso di diversa generazione (la maggior parte dei ragazzi della Scuola è nata nella seconda metà degli anni Settanta),
trasformando l’investigazione documentaria in una emotiva esperienza di
ricerca e conoscenza della «propria» storia. La prassi endoetno-grafica ha
fatto in modo che anche il già «noto» del folklore locale fosse sottoposto ad
ulteriore approfondimento e rilettura critica, operazione che non poteva
trascurare l’interpretazione della ‘Ndrezzata, la danza armata che
appartiene alla tradizione di Buonopane e ne rappresenta lo specifico culturale,
ne esalta «l’identità ».
La
Scuola ha inizialmente avviato la propria attività 21 anni fa eseguendo la
classica ‘Ndrezzata, proponendola in manifestazioni e gemellaggi scolastici
come Piccola ‘Ndrezzata, eseguita anche da ragazze.Nel 1997hanno costituito
una nuova associazione dal nome di Scuola del folklore e hanno deciso di dare
lustro al nome con cui i nonni all’inizio del 900 chiamavano la danza ‘A
Mascarata avendo, una struttura diversa dalla attuale ‘ndrezzata quale: prima
il ballo e poi la predica senza la sfilata.«La Mascarata è un ballo
tardo-ottecentesco che i nostri nonni eseguirono anche in America – scrivono i
giovani della Scuola. La predica ricorda esattamente il periodo delle grandi
migrazioni. Dall’America i nostri emigrati furono rimpatriati perché ritenuti
“sovversivi ” (avevano danzato con le spade e mazzarelli in piena New York).
Al ritorno, sotto una delle secolari querce di Buonopane, la danzarono al
comando del caporale Michele De Luciano e vi presero parte alcuni personaggi del
paese, poi ricordati nel testo stesso che accompagna la danza, qualcuno ancora
vivente come ‘Ndunin Napulion, o di burle al Re di Napoli che voleva far la
guerra senza far sparare i cannoni, oppure di Mastro Raffaele che era un
muratore che non ballava ma aveva tanta voglia di lavorare che per accendersi la
pipa ci metteva più di 2 ore.» Alla danza prendevano parte anche le donne ed
il gruppo di esecutori (cantanti-danzatori) era molto numeroso. Diversamente
dalla ‘Ndrezzata, danza armata con caratteri da “reserva” e di
rappresentazione, in quanto il gruppo di danzatori (otto-dieci coppie) è solo
maschile. Entrambe le danze derivano evidentemente dalle moresche e dai
mattacini, ed è probabilmente la variante della Mascarata a
rimarcare gli aspetti carnascialeschi della danza. In entrambi i casi il
principale conduttore melodico è il canto corale (sebbene accompagnato da
tamburelli e clarini), mentre la scansione ritmica è data dal frenetico battito
dei bastoni e delle spade di legno.Le diverse e complesse figure della danza
sono introdotte dal comando del caporale (la guida), che le indica anticipando
il verso di ogni strofa.Il ruolo del canto è quindi fondamentale nella
esecuzione della danza, un canto il cui testo (che può rientrare nella famiglia
delle tarantelle) è a struttura variata, con quartine di settenari alternate a
«strofe » più anomale che interpolano l’esecuzione di nonsense con criteri
rapportabili a quelli in uso per il marchigiano ballo della castellana. La
struttura aperta del canto consentiva «inserzioni » allusive e ironiche,
spesso riferite a
personaggi del posto o a personaggi ed eventi storici (il Re,Garibaldi ecc.),
secondo le ben note modalità dei rituali carnevaleschi. L’occasione festiva e
il codice rituale comprendevano in linea generale possibilità espressive di
denuncia, di derisione e di «abbassamento»
com’è il caso del canto Pe’ frastieri, dove gli abitanti di paesi e
frazioni dell’Isola sono fatti oggetto di una feroce satira in quartine
composte da quei «blasoni» diffusi in forma di motti proverbiali che fissano
le presunte caratteristiche degli abitanti di un luogo.
La Tammurriata murupanese e il canto A vattut ’e ll ’astreche ci
mostrano del resto la diversa funzionalità che un testo e le sue varianti possono assumere nelle
diverse occasioni di esecuzione. La prima narra la vicenda, che si ritiene realmente accaduta, di
un prete (Don Nicola) che avesse una storia con la figlia della “perpetua”
(Donna Cristina) in una casa che si trova più sopra il ponte di Buonopane. Il
tema, ovviamente, è comune ad una vasta area folclorica ed è ben conosciuto
nella letteratura popolare. Nel folklore infatti, preti e monaci vengono
percepiti come figure ambivalenti. Sono gaudenti seduttori che approfittano
ipocritamente del loro status ma finiscono spesso per essere beffati e puniti. I
canti ed i racconti che narravano tali vicende finivano per essere una sorta di
riti verbali collettivi, degli charivari contro l’ambiguità del clero ma
spesso finivano per essere dei veri e propri esorcismi contro la paura della
infedeltà e del «disonore »sessuale.In buona sostanza, quei componimenti
rispecchiano soltanto ciò che gli uomini, sotto la spinta di desideri e di
paure, hanno immaginato delle donne e sui rapporti con le donne.Il medesimo tema
del prete che seduce la ragazza ritorna,
nella variante ritmico-formale dei Battitori di lastricato. È questo un vero e
proprio «canto di lavoro» legato alle tecniche edilizie tradizionali,
particolarmente alla fase di costruzione del tetto a cupola. L’impasto
predisposto a formare il lastricato solare veniva battuto con dei pali la cui
estremità inferiore era più massiccia ed aperta (l’attrezzo è chiamato
pentone).Gruppi di svariati battitori eseguivano il lavoro per alcuni giorni.Il
coordinamento dei gesti dei battitori veniva assicurato dalla euritmica prodotta
dai pali percossi, dal canto degli operai, da un gruppo musicale base formato da
un tamburellista, un clarinettista e un fisarmonicista. L’evento
coreutico-lavorativo era abbastanza complesso e si snodava entro un percorso
rituale denso e articolato dove la musica e il canto ricoprivano un ruolo
fondamentale.Come nella Mascarata, spesso era la voce-guida a determinare
i distici e le quartine da intonare elaborando di continuo un repertorio
occasionale aperto ad ogni variante, riamalgamata all’interno dello schema
esecutivo la cui ritmica era quella della tammurriata e della tarantella. Qui, più che altrove, le allusioni e le
simbologie sessuali evocate unitamente ai segni di morte-rinascita si presentano
con modalità più esplicite.Sono tratti che ritornano, del resto, in tutti i
canti.Un vero e proprio lamento funebre è ad esempio Sarturella mia, così
come un testo talamico sembra essere Quann’ a zinghera. Nell’ intento
della Scuola v’era anche quello di rappresentare, in questa antologia, i
diversi «generi»in cui la tradizione musicale poteva articolarsi. Da questo
punto di vista è significativa Nu vaso d ’ammore, classificabile come
canto narrativo, un genere un tempo molto diffuso nei repertori femminili
dell’Isola. E così la poetica Tammurriata e l ’angelo, ricca di
immagini e suggestioni, che sembra coniugare l’arcaica tradizione degli
strambotti a quella della musica tradizionale urbana. La Tarantella lu ceraso e ‘A dispietto
intendono dichiaratamente riallacciare le fila del
discorso musicale a quelle più vive tradizioni musicali che in parte ancor oggi
sopravvivono nelle grandi feste della Campania.Una parte della ricerca della
Scuola del Folklore di Buonopane si è infatti svolta nei Paesi di «terraferma»,
dove i giovani hanno incontrato musicisti e cantori tradizionali, per apprendere
tecniche, sonorità, abilità esecutive. I loro nonni, sono partiti da Buonopane
per cercare qualcosa che gli appartiene in un altro luogo e sono tornati sotto
la stessa quercia a cantare per chi ha voglia di ascoltare.
Ugo
Vuoso
[Ceic
Centro Etnografico Campano ]
Festa
di s.Anna,2004.
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