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Vattut e ll'astreche 1940

Nell’isola d’Ischia, come in gran parte del bacino mediterraneo, si usava costruire fino agli anni ’50 i tetti delle case a botte o a forma di piccole cupole emisferiche, dette a carusiello, attinte dalla cultura architettonica greco-araba.

La costruzione avveniva secondo canoni ben definiti; la sagoma veniva preparata con intelaiatura di pali di castagno su cui venivano poggiati i “penicilli”( fasci di viti secche), la si ricopriva di manto di creta (argilla o altro materiale lavico) su cui venivano appoggiate le pietre pomice (anch’esse pietre vulcaniche leggere ma forti e compatte). Terminata questa fase, il proprietario della casa issava di buon ora una bandiera, era il segnale con cui si chiamavano a raccolta parenti, amici, vicini, compagni, …insomma quasi tutto il paese era coinvolto e felice di dare il proprio contributo alla realizzazione finale della nuova casa. Tutti quelli che partecipavano portavano con loro un puntone, palo di pioppo con una parte più larga, tale attrezzo serviva per comprimere il lapillo bagnato da calce bianca viva, fino a renderlo impermeabile. Tale immane fatica durava per tre giorni, giorno e notte ininterrottamente. I puntunari per alleviare queste immani fatiche cantavano, raccontavano aneddoti e intonavano filastrocche, di solito chi sapeva suonare qualche strumento accorreva.

Le case ormai si costruiscono in cemento armato, tutta un’altra storia tra abusivismo e devastazione della nostra terra, per fortuna questa tradizione viene fatta rivivere con questa danza popolare e per noi che la danziamo sembra quasi che costruiamo una casa, vista la foga e passione che mettiamo in questo ballo.

Le sequenze del ballo sono queste: si inizia con un canto propiziatorio: Jesc sole, si passa al canto Saluta allu padrone, per giungere al pettegolezzo principe del nostro paese Nu sacce che succise a Murupane. Il capo mastro, per non far perdere il ritmo ripete di tanto in tanto: una, due e tre; se qualcuno perdeva il ritmo, visto che tutti avevano gli stessi nomi, il capo mastro li chiamava per soprannome e questi si accodavano al ritmo degli altri; se il bere e il magiare tardavano ad arrivare si era soliti ricordare la sciaguratezza con un canto: tutti li miezziurn so'sunat. Poi qualche filastrocca per farsi un nuovo brindisi, stavolta si citavano le verdure e gli ortaggi. A seguire l’inno dei puntunari Sartulella per finire con la Tarantella lu Ceras. Una volta completato il tetto si usava buttare del grano di tanto in tanto per evitare la comparsa di piccole fessure.

vattut e ll'astreco

Nel frattempo, le donne, anch’esse accorse numerose, si dilettavano in cucina a preparare piatti prelibati ed amati da tutti. I puntunari dopo tre giorni erano felici, perché finalmente avrebbero mangiato bene ed abbondante, tutti accorrevano per questa mangiata finale, nessuno aveva compensi economici per questo lavoro. I piatti, tanto richiesti e desiderati, erano il coniglio da fosso cotto alla cacciatora e le zeppole.

Il coniglio, catturato nel fosso con la “chienga” era ammazzato e lasciato al vento per una notte, l’indomani era tagliato e fatto rosolare dentro la sugna con teste di aglio intere, una volta raggiunto il colore roseo si metteva il vino bianco e si aggiungevano le interiori avvolte intorno al prezzemolo, il peperoncino e altre spezie, appena stava per consumarsi il vino bianco si aggiungevano i pomodorini a prunnella o a punta e il basilico. Il coniglio era cotto in cocci di creta e su legna; il sugo che veniva ricavato serviva per condire i bucatini o i ziti.
Le zeppole, farina lievitata naturalmente per ore dopo l’impasto, una volta cresciute venivano cotte in olio bollente ed assumevano le forme più disparate, una volta cotte si buttava su un velo di zucchero.
Gli uomini commentavano i piatti ed esprimevano i loro giudizi sul cibo, il tutto innaffiato con vino di produzione propria (del proprietario della casa) a base di uve di biancolella, zi bacco e forastera il vino bianco, mentre il rosso era fatto con le uve piede rosso, guarnaccia, cammamele,…

Finita la grande abbuffata si iniziava a ballare (tammurriate e tarantelle) e cantare per un’intera giornata con una sfilata di ceste o barchette piene di zeppole. Il popolo era felice perché un altro concittadino era riuscito a costruirsi un tetto e quindi il nido dove far prosperare la propria famiglia.

Il nostro intento è acquistare una casa a carusiello e adibirla a museo della civiltà agreste; per questo chiediamo a voi tutti di aiutarci a realizzare questo sogno che ci consenta di tutelare un patrimonio che piano piano sta scomparendo.

Ultimo aggiornamento Domenica 06 Febbraio 2011 17:43
 

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