|
















| |
'A Vattute e ll'Astreche

Nell’isola
d’Ischia, come in gran parte del bacino mediterraneo, si usava
costruire fino agli anni ’50 i tetti delle case a botte o a forma
di piccole cupole emisferiche, dette a carusiello, attinte dalla
cultura architettonica greco – araba.
La costruzione avveniva secondo canoni ben definiti; la sagoma
veniva preparata con intelaiatura di pali di castagno su cui
venivano poggiati i “penicilli”( fasci di viti secche), la si
ricopriva di manto di creta (argilla o altro materiale lavico) su
cui venivano appoggiate le pietre pomice (anch’esse pietre
vulcaniche leggere ma forti e compatte). Terminata questa fase, il
proprietario della casa issava di buon ora una bandiera, era il
segnale con cui si chiamavano a raccolta parenti, amici, vicini,
compagni, …insomma quasi tutto il paese era coinvolto e felice di
dare il proprio contributo alla realizzazione finale della nuova
casa. Tutti quelli che partecipavano portavano con loro un puntone,
palo di pioppo con una parte più larga, tale attrezzo serviva per
comprimere il lapillo bagnato da calce bianca viva, fino a renderlo
impermeabile. Tale immane fatica durava per tre giorni, giorno e
notte ininterrottamente.
I puntunari per alleviare queste immani fatiche cantavano,
raccontavano aneddoti, filastrocche,… di solito chi sapeva suonare
qualche strumento accorreva.
Le case ormai si costruiscono in cemento armato, tutta un’altra
storia tra abusivismo e devastazione della nostra terra, per fortuna
questa tradizione viene fatta rivivere con questa danza popolare e
per noi che la danziamo sembra quasi che costruiamo una casa, vista
la foga e passione che mettiamo in questo ballo.
Le sequenze del ballo sono queste: si inizia con un canto
propiziatorio: Jesc sole, si passa al canto saluta allu padrone, per
giungere al pettegolezzo principe del nostro paese Nu sacce che
succise a Murupane . Il capo mastro, per non far perdere il ritmo
ripete di tanto in tanto: una, due e tre;se qualcuno perdeva il
ritmo, visto che tutti avevano gli stessi nomi, il capo mastro li
chiamava per soprannome e questi si accodavano al ritmo degli altri;
se il bere e il magiare tardavano ad arrivare si era soliti
ricordare la sciaguratezza con un canto:tutti li miezziurn son sunat
. Poi qualche filastrocca per farsi un nuovo brindisi, stavolta si
citavano le verdure e gli ortaggi. A seguire l’inno dei puntunari
Sartulella per finire con la Tarantella lu Ceras. Una volta
completato il tetto si usava buttare del grano di tanto in tanto per
evitare la comparsa di piccole fessure.
Nel
frattempo, le donne, anch’esse accorse numerose, si dilettavano in
cucina a preparare piatti prelibati ed amati da tutti. I puntunari
dopo tre giorni erano felici, perché finalmente avrebbero mangiato
bene ed abbondante, tutti accorrevano per questa mangiata finale,
nessuno aveva compensi economici per questo lavoro.
I piatti, tanto richiesti e desiderati, erano il coniglio da fosso
cotto alla cacciatore e le zeppole.
Il Coniglio, catturato nel
fosso con la “chienga” era ammazzato e lasciato al vento per una
notte, l’indomani era tagliato e fatto rosolare dentro la sugna
con teste di aglio intere, una volta raggiunto il colore roseo si
metteva il vino bianco e si aggiungevano le interiori avvolte
intorno al prezzemolo, il peperoncino e altre spezie, appena stava
per consumarsi il vino bianco si aggiungevano i pomodorini a
prunnella o a punta e il basilico. Il coniglio era cotto in cocci di
creta e su legna. Il sugo che veniva ricavato serviva per condire i
bucatini o i ziti.
Le zeppole, farina lievitata naturalmente per ore dopo l’impasto,
una volta cresciute venivano cotte in olio bollente ed assumevano le
forme più disparate, una volta cotte si buttava su un velo di
zucchero.
Gli uomini commentavano i piatti ed esprimevano i loro giudizi sul
cibo, il tutto innaffiato con vino di produzione propria (del
proprietario della casa) a base di uve di biancolella, zi bacco e
forastera il vino bianco, mentre il rosso era fatto con le uve piede
rosso, guarnaccia, cammamele,…
Finita la grande abbuffata si iniziava a ballare (tammurriate e
tarantelle) e cantare per un’intera giornata con una sfilata di
ceste o barchette piene di zeppole.
Il popolo era felice perché un altro concittadino era riuscito a
costruirsi un tetto e quindi il nido dove far prosperare la propria
famiglia.
Il nostro intendo è acquistare una casa a carusiello e adibirla a
museo della civiltà agreste per questo chiediamo a voi tutti di
aiutarci a realizzare questo sogno che ci consenta di tutelare un
patrimonio che piano piano sta scomparendo.
|